Il papà di Giovanna

Caro Maestro Avati, in queste prime giornate di settembre in cui, puntualmente, il mio animo prende i colori della malinconia, sapesse come sono stato bene in Sua compagnia, prima leggendo “il papà di Giovanna” e poi, ieri sera, andando a vedere il film.   Forti emozioni e commozione, ed io, medico affermato e benvoluto, felicemente sposato e papà di Giovanna (ho due figlie, Giovanna e Giselda, oggi brave mamme e serie professioniste), di fronte al professore Michele Casali, persona dimessa, umile, fallita e poco attraente, con una moglie mai innamorata di lui ma del suo più caro amico ed una figlia assassina rinchiusa nel manicomio criminale, mi sono sentito un piccolo uomo e chissà se capace, in situazioni così tragiche, di un sentimento d’amore così possente da riportare in vita persone ed affetti ridotti ad un cumulo di macerie.

Conosco Silvio Orlando da molti anni anche perchè a Salerno è di casa.  Grande attore, grande “papà di Giovanna”, quindi meritatissimo il premio ricevuto a Venezia.  Però sono rimasto letteralmente affascinato dalla bravissima Alba Rohrwacher che non conoscevo.  So bene che per avere un premio ad una mostra cinematografica oltre la bravura conta anche la carriera, ma ad una interpretazione da cineteca come quella di “Giovanna” andava dato rilievo e riconoscimenti, e non solo a parole.

Mi hanno commosso fino alle lacrime: la scena in cui il professore chiede all’usciere del manicomio di indicargli il padiglione in cui si trova Giovanna e poi, con lo sguardo perso fra le finestre ancora illuminate chiede “e la sua finestra…qual’è?” e il secondino che risponde “quello proprio non lo so” – la scena del ballo del povero professore con Giovanna alla festa e la scena finale quando Francesca Neri, mai apparsa così bella in tutto il film, annuisce e sorride ed il suo sorriso s’incontra, finalmente, con quello di Giovanna.

Io amo la Sua città perchè a Bologna ho fatto gli studi di Cardiologia, perchè i soci dell’Unione Bolognese Naturalisti capitanati dal prof. Francesco Corbetta amano il Cilento e le mie canzoni, perchè nell’estate dello scorso anno il Prof. Mario Mercuri del Rizzoli, ortopedico di fama internazionale e medico dalle eccezionali doti umane, mi ha ridato la salute, perchè è la Sua città. Per questo rivedere le torri, i tetti, i porticati, le strade, le piazze, luoghi a me familiari, è stato un elemento non trascurabile per le emozioni che il film mi ha procurato.   Belle le musiche e canzoni d’epoca.

Volevo scrivere poche parole di complimenti, poi mi son lasciato prendere dall’entusiasmo e dal piacere che provo, scrivendo, di stare ancora un po’ con Lei.  La ringrazio di cuore ed auguro a Lei, alle persone a Lei più care ed in particolare a Suo fratello Antonio di vivere a lungo per poterci dare ancora tante emozioni e tante lezioni di umanità e di vita. Un caro saluto e sempre grato per la Sua amicizia. Aniello De Vita. 

1 Commento a “Il papà di Giovanna”

  1. peppo scrive:

    Come promesso, un evento cinematografico come un film dell’Avati non potevamo lasciarcelo sfuggire. Perciò io e la mia signora ci siamo recati in una sala dove davano “Il papà di Giovanna“.
    Come spesso accade, alla fine del film e durante il tragitto che ci portava a casa i commenti e le analisi erano d’obbligo. Che l’Avati sia un grande regista, lo è.
    Soprattutto per come riesce a dare spessore ai personaggi minori ( l’avvocato, il questurino, la madre della povera vittima, la fanatica del fascismo, il drappello di partigiani, ecc.), personaggi minori che riescono a creare il contesto storico, l’ambiente. Contesto, attendibile, significativo e, percio, istruttivo.
    Ma, aldilà delle riuscite interpretazioni dei protagonisti (indiscutibile la bravura di Silvio Orlando, che le ha valso il Leone d’Oro a Venezia) i temi avanzati dall’opera di Pupi Avati erano così complessi che ho trovato riduttivo accennarli nello spazio temporale di un film. L’ho trovato alquanto pirandelliano, il film.

    La povera Giovanna è vittima del padre, del suo possessivo amore protettivo, o della madre, ingombrante per il suo fascino, la sua bellezza, la sua ordinaria femminilità? E, alla fine, la Giovanna recupera almeno una parte della sua salute psichica? E su quali basi, una coppia inesistente, ab initio, riesce a rimattersi insieme (epilogo del film)?

    Se intendeva dire, il film, che siamo, noi umani, come iceberg alla deriva che possono andare ad impattare con altri iceberg creando disastri, c’è riuscito.

    Il papà di Giovanna è un borghese piccolo, piccolo, che con i suoi comportamenti crea un muro protettivo intorno alla figlia, muro che è destinato a rovinarle addosso, non avendo saputo costruire sicurezze nella psiche della ragazza per poterle far affrontare la vita, la realtà, a volte durissima, come può essere per una diciottenne la competizione in amore.
    E la mamma, dov’era la mamma? Una madre che non si accorge dei disagi della figlia, nascondendosi dietro l’alibi della sottrazione, con le sue premure, da parte del padre. Ci vorrebbe un altro film: La mamma di Giovanna, per sondare l’animo di questo personaggio fondamentale nella pesante storia esistenziale di Giovanna.

    Certo il film ha avuto il merito di farmi pensare e continuerà a farlo su quanto siano delicati e complessi i rapporti all’interno di un nucleo familiare. Di quali siano i giusti pesi interrelazionali tra componenti.
    Ma, nessuno c’insegna a vivere, ognuno è come è e la vita è un fiume che scorre e leviga e sbatacchia tra loro i ciottoli al suo letto. Peppo

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